BIRTHH cambia lingua e prospettiva: la crisi che diventa musica

Nel nuovo album Senza fiato, BIRTHH sceglie per la prima volta l’italiano come lingua espressiva e segna una svolta radicale nel suo percorso artistico. Dopo anni a New York e una crisi identitaria profonda, l’artista ritrova nella musica italiana, nella scrittura diretta e in una nuova consapevolezza personale il senso stesso del fare musica.

Con Senza fiatoBIRTHH, nome d’arte di Alice Bisi, cantautrice fiorentina, cambia pelle senza rinnegare il proprio percorso. Dopo anni di scrittura in inglese e una lunga parentesi a New York, l’artista sceglie per la prima volta l’italiano come lingua espressiva, segnando una svolta netta radicata nella sua storia personale.

Il passaggio non nasce da un’operazione estetica, ma da una fase di crisi e ridefinizione: sei anni vissuti negli Stati Uniti, la sensazione di alienazione, e la domanda fondamentale sul senso stesso del fare musica. In questo percorso, la riscoperta della musica italiana, da Mina a Battisti, da Gino Paoli fino alle canzoni ascoltate in famiglia, diventa una forma di riconnessione emotiva e identitaria.

Ne nasce il suo quarto album in studio, che arriva a coronare dieci anni di carriera, e che non cerca mediazioni: diretto, essenziale, costruito in italiano per parlare in modo più immediato a una generazione frammentata, con particolare attenzione alle componenti creative e alle comunità queer che l’artista osserva e racconta nel suo immaginario. 

Senza fiato diventa così un gesto di contatto, quasi un “segnale di fumo” contemporaneo: 31 minuti in cui ansia e meraviglia, corsa e contemplazione convivono senza soluzione di continuità.

Partiamo da questa tua svolta in italiano. Cosa ti ha portato a cantare nella tua lingua? Arriva in modo molto più diretto. Mi sembri anche più decisa.

Un po’ più dritta, sì. Se devo dire una cosa, la dico e basta. Questa è stata sicuramente una svolta inaspettata, che nasce anche da una crescita personale. Forse dal fatto di non avere più molto da perdere.

Quando è uscito il disco precedente ho attraversato un periodo di crisi. Ho fatto molta fatica a rispondere a una domanda che, secondo me, per un artista è fondamentale: perché lo sto facendo? Perché ha senso raccontare i fatti miei alle persone, pubblicare dischi, fare concerti, coinvolgere etichette? Che senso ha? Perché devo farlo?

Questa domanda nasceva anche dal senso di alienazione che provavo vivendo a New York. È stata una ricerca lunga, ma col tempo ho trovato una risposta.

Quando mi sono trasferita lì ho iniziato ad ascoltare tantissima musica italiana. Io sono sempre stata molto esterofila nei gusti musicali, fin da quando alle medie ho scoperto MTV.

Invece a New York mi sono ritrovata a innamorarmi di nuovo di Mina, Lucio Battisti, Gino Paoli, di tutta quella musica con cui sono cresciuta e che ascoltava mia madre.

Questa riscoperta mi ha restituito una gioia enorme. Mi colpiva vedere anche l’entusiasmo degli americani quando ascoltavano brani come Se telefonando. Mi chiedevo: com’è possibile che io abbia sempre considerato questa musica come “quella che ascolta mia madre” senza rendermi conto di quanto mi emozionasse?

Pensa a un brano come Senza fine: è incredibile, con arrangiamenti d’archi meravigliosi. Così ho riscoperto il valore della musica italiana proprio mentre mi interrogavo sul senso del fare musica.

A un certo punto queste due cose hanno iniziato a convergere. Sentivo un bisogno enorme di appartenenza, di comunità, di trovare persone simili a me. La musica è sempre stata il luogo in cui mi sono sentita capita e meno sola.

Ho iniziato a sperimentare. Io scrivo molto in freestyle e ogni tanto mi usciva una frase in italiano, poi due, poi tre. Finché ho detto: “Ok, proviamo a scrivere una canzone in italiano”. Mi ha emozionato tantissimo.

Da lì è nata l’esigenza di parlare direttamente alle persone della mia generazione, cresciute nel contesto in cui sono cresciuta io. Volevo abbattere, nel mio piccolo, le barriere tra me e loro.

Penso soprattutto alle persone queer della mia generazione. Siamo tante, ma spesso frammentate. Anche in una città come Milano, che dovrebbe essere molto aperta, esistono tanti piccoli gruppi che raramente si incontrano davvero.

Forse una volta era meno così.

Forse perché c’erano meno luoghi. Sapevi che andando in certi posti trovavi tutti.

Adesso invece ci sono molti più spazi e opportunità. Ed è una cosa positiva, assolutamente. Però ha creato anche una maggiore frammentazione. Io sento molto il bisogno di una comunità che non sia soltanto queer, ma che includa anche persone creative, artiste, musiciste, persone fuori dagli schemi. Gente che vuole vivere attraverso la creatività. Per questo ho fatto questo disco: come un segnale di fumo.

E questo segnale dice: “Senza fiato”. Perché questo titolo?

Bella interpretazione. Per me Senza fiato è un’espressione che contiene due immagini quasi opposte. Da una parte c’è l’idea di correre, di annaspare, di cercare di raggiungere qualcosa senza sapere esattamente cosa. Viviamo in una società che ci spinge continuamente a fare, produrre, inseguire obiettivi.

Io mi sento spesso indietro. Corro da anni e, se devo essere sincera, non saprei nemmeno dire rispetto a cosa. Però quella sensazione esiste. È l’ansia del futuro, il tentativo di costruire qualcosa che in fondo non dipende mai completamente da te.

Dall’altra parte, però, c’è il momento in cui qualcosa ti lascia senza fiato per la sua bellezza.Oggi considero questa sensibilità una fortuna, anche se in passato mi ha fatto soffrire.

Mi emoziono con pochissimo. Ieri sera, per esempio, erano le otto e mezza, avevo appena comprato un pollo allo spiedo e sono uscita dal negozio. C’era una luna brillantissima in un cielo blu profondo e ho pensato: “Che bello essere un essere umano con degli occhi”.

E anche con le papille gustative, perché il pollo era buonissimo. Mi piace che due parole riescano a racchiudere entrambe queste dimensioni e tutto ciò che c’è in mezzo. In fondo raccontano perfettamente gli ultimi tre anni della mia vita.

E poi Senza fiato è stata la prima canzone che ho scritto in italiano. Non sapevo che sarebbe finita in un disco, né tantomeno che sarebbe diventata il titolo dell’album. Ma alla fine tutto ha trovato il suo senso.

Cosa ti ha fatto “scappare” da New York?

Penso che New York sia cambiata tantissimo negli ultimi anni.

Quanto tempo ci hai vissuto?

Sei anni. Ho iniziato a viverla davvero dall’estate del 2018. Il problema principale sono i costi. Sono diventati così proibitivi che oggi è molto più difficile per la cultura e l’arte prosperare.

Molti artisti che conosco devono fare due o tre lavori per mantenersi. Non hanno quasi il tempo di fare arte. La fanno con le unghie e con i denti, per puro amore. E in fondo è stato così anche per me.

Però tu hai sempre continuato. Non era scontato. Avresti potuto mollare.

È vero. E devo essere sincera: ci sono andata molto vicina più volte. Per questo oggi non sento più che New York sia una città in cui sto bene.

Ed è un peccato, perché ci sono tantissime cose che amo di quella città. Però ho anche riscoperto che l’Italia non è affatto un brutto posto in cui vivere.

Forse perché arrivi dall’America e il confronto ti cambia la prospettiva.

Forse sì. A volte bisogna allontanarsi per rendersi conto di quello che si ha.

Sei sempre stata un’artista indipendente, libera di fare quello che volevi. È dura?

Sì e no. Da una parte è sicuramente impegnativo, perché la vita dell’artista indipendente significa lavorare praticamente sempre. Io lavoro tutti i giorni.

Però allo stesso tempo c’è anche qualcosa di molto bello nel sentirsi piccoli, quasi insignificanti. Ci pensavo proprio oggi:

a volte c’è una forma di libertà nel sapere che, in fondo, non hai nulla da perdere. Ti dici: “Faccio quello che mi pare, tanto non cambia il mondo”. E allora almeno provo a fare davvero quello che sento.

Che comunque è un privilegio.

Assolutamente. È un privilegio riuscire a fare quello che si vuole fare. Ed è anche un privilegio potersi fare tutte queste domande esistenziali da artista. Certo, questa vita ha le sue sfide, ma ti dà anche la possibilità di esplorare continuamente te stessa e il mondo. E questa è una cosa importante.

Da dove arriva l’estetica del disco?

In realtà non c’è stata un’ispirazione precisa. Io e Giulia Mai, che ha curato con me praticamente tutti gli aspetti visivi del progetto, abbiamo ragionato molto su cosa volevamo costruire.

Abbiamo gusti molto simili e negli ultimi due anni ci siamo viste una quantità assurda di film. Tipo uno al giorno.

C’era qualche riferimento preciso?

Io sono una fan assoluta di Richard Linklater. In realtà è anche il motivo per cui ho iniziato a suonare: School of Rock è uno dei film che ho visto più volte nella vita.

Poi mi sono recuperata tutta la sua filmografia: Dazed and Confused, la trilogia di Before SunriseBefore SunsetBefore Midnight. Quello che amo dei suoi film è il modo in cui racconta la realtà senza filtri, ma riuscendo comunque a renderla bellissima.

Credo che l’arte abbia una responsabilità: non dare mai per scontata l’attenzione di chi guarda. Deve creare una forma di magia, trovare la bellezza nelle cose più semplici.

In fondo è una cosa che ho cercato anche nella musica. Non mi piace usare parole auliche o costruire concetti troppo complessi. Nella vita sono una persona complicata, spesso non mi capisco nemmeno da sola, ma nelle canzoni cerco sempre di essere il più diretta possibile.

Per questo i visual hanno seguito lo stesso principio delle canzoni. C’è sempre questo incontro tra qualcosa di senza tempo come la melodia italiana, il canto italiano e qualcosa di molto urbano: l’asfalto, New York, una certa pesantezza quasi hip hop. Sono due mondi che convivono continuamente.

A un certo punto io e Giulia abbiamo iniziato a chiamare questa estetica Sweaty Y2K.

Bellissimo.

Perché io sono figlia dello Y2K, ma quell’immaginario molto freddo, lucido, quasi chirurgico, non si sposava con il calore italiano, con qualcosa di più sporco, umano, vissuto.

Da qui l’idea di uno Y2K “sudato”. C’è sempre questo equilibrio tra eleganza e imperfezione. Poi abbiamo preso una decisione molto semplice: lavorare quasi esclusivamente con rosso, bianco e nero.

Adesso che lo dici mi vengono in mente i White Stripes.

Non ci avevo mai pensato! Però quando hai poche risorse devi trovare dei modi per creare coerenza. Limitare la palette ti aiuta tantissimo. Restringi il campo e tutto acquista una sua identità.

In fondo questo disco parla anche di capitalismo, di precarietà, quindi ci sta raccontare che molte cose sono state fatte con pochissimi mezzi, ma con tanta passione.

La cosa bella è che non si percepisce come un progetto “DIY”. Anzi.

Ed è proprio quello che volevamo ottenere. Pensa che per il video di Little Rat eravamo praticamente solo io e Giulia, sempre in giro per New York a fare riprese.

mi viene naturale. Altre fasi, come la pre-produzione o immaginare gli shot prima di girare, mi risultano molto più difficili.

“Bene da sola” è uno dei miei pezzi preferiti. A un certo punto sembra quasi un mantra.

Lo è.

Lo dici perché stai davvero bene da sola o perché hai bisogno di ricordartelo?

Direi entrambe le cose. Ci sono momenti in cui sto benissimo da sola e altri in cui non ci riesco affatto. Come tutti, credo.

In generale sto bene con me stessa, ma volersi bene non è sempre semplice. A volte è persino più facile voler bene agli altri.

Quindi canzoni come questa servono anche a ricordarmi determinate cose, ad esempio che posso sentirmi completa anche da sola.

“Truman” mi piace tantissimo, è uno dei miei pezzi preferiti. Mi racconti un po’ come è nato?

Truman è stato uno degli ultimi brani che ho scritto per il disco. A un certo punto avevo già sette canzoni che poi sono finite nell’album e, insieme a Veronica Pivetti, con cui ho lavorato ai testi, abbiamo iniziato a guardare la tracklist nel suo insieme.

Lei era venuta a New York un paio di settimane prima di entrare in studio e abbiamo fatto un lavoro molto simile a quello del disco precedente: guardare i brani nati da un impulso, da un’esigenza, e capire che storia stavano raccontando.

Avevo già Little RatTerminalBene da sola e altri pezzi, però sentivo che tra alcuni di loro mancava un passaggio. C’era qualcosa che poteva spiegare meglio il percorso emotivo che stavo raccontando.

Così, nel giro di due giorni, abbiamo scritto Terminal e Truman.

Truman è nato letteralmente la sera prima di entrare in studio. Quelle serate un po’ magiche in cui una canzone arriva quasi tutta insieme.

L’idea era molto semplice: parlare delle cose che mi piacciono davvero. Little Rat racconta New York e il mio senso di alienazione; Terminal è la confusione di chi non sa bene cosa vuole e chi è; Truman invece rappresenta il momento in cui capisco chi sono, perché mi accorgo che la risposta sta semplicemente nelle cose che mi piace fare quando nessuno mi guarda.

E poi Bene da sola arriva come celebrazione di quella consapevolezza. Magari detta in modo molto diretto, ma dentro c’è tantissima vita.

Ti senti più esposta cantando in italiano?

Sì, ma non me l’aspettavo. Anche solo il fatto che mia madre possa capire tutti i testi cambia tantissimo.

Però non mi sono autocensurata, racconto anche di guardare porno.

Vabbè, ci sta.

Se conoscessi mia madre capiresti meglio. Non credo che abbia mai guardato un porno.

Mi sembra di capire che hai dato molta importanza all’ordine delle canzoni, quasi come se raccontassero una storia. Per esempio il passaggio da “Total Black” a “Inferno” e poi “Sogno”.

Assolutamente. Per me quelle tre canzoni formano proprio un trittico.

Total Black è la sera: esco, vado a ballare, incontro qualcuno che mi piace. Poi arriva Inferno, che è quel momento di presa male che secondo me esiste in tantissime notti. Soprattutto se non sei proprio lucidissimo. E infine c’è Sogno, che è l’alba.

L’alba reale, ma anche quella metaforica. Può essere la persona che hai appena incontrato. Può essere il momento in cui torni a casa e tutto sembra avere un senso. Io me le immagino proprio così: una persona che cammina verso casa mentre fa giorno.

Quindi sono collegate anche temporalmente.

Sì, moltissimo. Poi ovviamente parlano di cose diverse, ma cronologicamente per me sono una sequenza.

Inferno, ad esempio, racconta una presa male molto generazionale. A me capita continuamente: magari sono con una persona che mi piace, sto benissimo, e all’improvviso penso: “Madonna, devo pagare l’affitto”.

E cinque minuti dopo sto di nuovo bene. La vita non è lineare.

Capita anche a me. Un attimo prima sei felice, un attimo dopo ti arriva un pensiero e vai nel panico.

Esatto. Poi magari un secondo dopo passa tutto. È un’altalena continua. E questo disco è costruito proprio così, perché io vivo tantissimo gli alti e bassi. Ho momenti molto luminosi e momenti molto bui. Quindi era inevitabile che il disco finisse con una luce.

Hai aggiunto da poco un nuovo brano al disco Più in alto, un episodio che definirei romantico. Sei d’accordo?

Sono una persona abbastanza romantica. Questa è una canzone d’amore, anche con un approccio un po’ pragmatico: racconta come i rapporti umani possano trasformarsi nel tempo, ma anche quanto sia importante restare nel presente.

Credo che in amore capiti a tutti di essere attraversati dalla paura che tutto quel bene possa finire da un momento all’altro.

Un pensiero che spesso ci allontana dall’altro invece di avvicinarci. Per questo ho scritto una canzone d’amore con un ritornello un po’ catastrofico: per dare forma a quella paura e provarla ad affrontare insieme, con il giusto groove.

Ultima domanda. Qual è l’ultimo disco di cui ti sei innamorata? Nuovo, vecchio, non importa.

Ti direi due dischi. Il primo è Afim di Zé Ibarra, che tra l’altro sarà al MI AMI quest’anno. È un album meraviglioso. Parte dalla musica popolare brasiliana ma affronta temi contemporanei e ha una scrittura che adoro.

Poi, negli ultimi mesi, ho ripreso in mano La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria. E qui rischio di sembrare monotona.

Per me è un disco incredibile. Ne sono completamente innamorata. Pensa che poco prima di Sanremo mi avevano chiesto con chi avrei voluto collaborare e io avevo risposto: Gino Paoli.

L’intervista è uscita pochissimo dopo la sua scomparsa e mi sono sentita malissimo. Ma la verità è che mi sarebbe piaciuto tantissimo poterlo incontrare.

Era uno di quegli artisti che sentivo vicinissimi, anche senza averli mai conosciuti davvero. E credo che certi dischi restino importanti proprio per questo: perché continuano a parlarti anche quando tutto il resto cambia.

Foto Alex Vaccani + Alessandro Marzo

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